DONNE DISTESE
DONNE DISTESE e altri racconti
Donne. Donne pensose, rannicchiate, distese, donne che attendono, donne che guardano un fiore. Donne distese e altri racconti. Perché questo titolo per la nuova, elegante mostra di Paola Bonomelli?
La donna è innanzitutto il soggetto ricorrente di quasi tutte le opere. Due le donne distese (una collocata in un interno, avvolta in una coperta dai colori autunnali, un’altra in un esterno, forse un campo di neve, rannicchiata e al freddo).
La seconda parte del titolo dice altri racconti, come in un libro di narrativa. Si tratta infatti  di situazioni in movimento, situazioni di una vita non necessariamente vissuta ma immaginata, con un contesto attorno.
Quasi sempre di una bellezza opacizzata e vista attraverso un vetro, queste donne. Donne talvolta reali, alcune viste in fotografia, ma per lo più donne immaginate.
Due le sezioni di questa mostra: la prima riguarda dipinti dal 2001 al 2005, l’altra i dipinti  più recenti, del 2006.

Prima sezione: il dentro

Il vero tema di questa mostra non è quello della donna, ma quello de il dentro ed il fuori. Dallo sguardo introflesso allo sguardo rivolto all’altro.
Tema della prima sezione, a cui dedichiamo questa prima parte della presentazione, è il dentro.
Cominciamo con un quadro che non c’è. Si tratta di Cappotto rosso che possiamo ammirare  solo sul frontespizio del romanzo di Claudia Reghenzi “Il ponte su due mondi”, dipinto non più di proprietà della pittrice dopo una recente mostra in Germania.
Veniamo agli altri. Si tratta di dipinti su legno. Come sempre Paola parte dal disegno e passa poi a utilizzare, con sapiente alchimia, una tecnica mista (velature di olio e acrilico, silicone, cere, metallo, ecc). Il tema è il ritratto, quasi sempre individuale. Le figure non sono mai intere ma modernamente tagliate secondo piani diversi (volto, mezzo busto, piano americano, figura quasi intera (come possiamo vedere in Pensiero). I tagli, quindi, anche laddove ci si aspetterebbe una figura intera, sono sempre presenti, espressione di quella nevrotica incompiutezza dell’io di stampo novecentista che tanto abitò le pagine di letteratura e le tele dei pittori sperimentali. Sono ritratti che non sembrano messi in posa ma colti da istantanee fotografiche. Le posture sono le più disparate (distesa, in piedi, rannicchiata, ecc.). Forte è l’espressività delle mani, delle gambe, del corpo in generale. Le posture del corpo variano ma il viso rimane composto, statico, pensoso, con espressioni mimiche limitate al minimo.  Da notarsi la diagonale, un immaginario tracciato di punti o di linee che allude alla prospettiva ma subito ci rivela il suo inganno: non ha nulla a che fare con la profondità ed è solo una scelta compositiva e stilistica. La ricerca stilistica è indubbiamente molto rilevante: pochi i colori fra cui ne spicca sempre uno in particolare, quasi volesse tendere a stabilire una dominante.
I personaggi, come dice Giovanna Galli, “sembrano abitare un’atmosfera sospesa, quasi metafisica, in cui il gesto quotidiano è elevato a evocare un tempo non finito, dove non esiste un prima e un dopo, ma un eterno qui e ora”. Il tempo interiore, quindi, l’orologio senza sfere del tempo femminile.
Nonostante siano quasi sempre sole, non sembrano donne che soffrano la solitudine, queste: lo spazio poetico in cui si muovono è l’introversione, la riflessione, un universo in cui bastano a se stesse.
Due parole sugli sfondi. Gli sfondi non sono mai semplici fondali: si presentano come  scenari mossi, spugnati, irregolari, che alludono a interni non disegnati, a situazioni che girano attorno, che si trasformano, che cambiano. Un esempio evidente è la fiabesca Donna distesa, massa informe e ruotante intorno a un ’idea di avvolgimento, tanto che sembra quasi scaturire dalla coperta come fosse una sua piega. La coperta e lo sfondo sono mossi, sembrano quasi girare per avvitamento, accogliere il visitatore con morbidezza, suggerire sul tessuto del plaid un paesaggio di colline digradanti che si stendono a perdita d’occhio.
Due altri doppi ritratti degni di nota: il primo è Attesa, in cui due donne aspettano qualcosa, qualcuno. Una attende guardando fuori, l’altra attende guardando dentro. Il secondo è Viaggio in treno, breve racconto ferroviario retrò in cui vediamo due figure, o meglio ne vediamo solo una: quella visibile. L’altra, in primo piano e nascosta dietro la tendina dello scompartimento, è la pittrice stessa che ce la segnala, dato che non ce ne saremmo mai accorti. E così dev’essere, dice Paola: il visibile nasconde l’invisibile, il fuori nasconde il dentro.

Seconda sezione: il fuori

Anche qui, come altrove, da ammirare la plasticità delle figure, l’equilibrio dei volumi, la sapienza costruttiva.
Se nella prima parte Paola ci aveva messo al corrente del dentro, nella seconda ci parla del fuori. In un modo tutto particolare, però: attraverso una sua copertina di Linus. Il bambino, quando esce dalla dimensione narcisistica ed entra in rapporto con l’altro da sé, non può farlo direttamente, ma deve utilizzare l’oggetto transizionale (il pollice, l’orsetto, il succhiotto, la copertina di Linus). Si configura così quel campo intermedio di esperienza che si prolungherà poi nell’ esperienza del sogno, del gioco, dell’arte, della vita immaginativa.
La copertina di Linus di Paola è il fiore. Il fiore su cui ella posa lo sguardo, il fiore nato inizialmente con funzione decorativa ma che via via diventa un vero e proprio interlocutore, un altro da sé. Così come nella prima sezione era presente  il ritratto “a solo”  o il doppio (scissione in due parti dello stesso individuo), ora le donne  non guardano più nel vuoto ma  fissano qualcosa. E’ in embrione il rapporto, il rapporto con l’altro. Confrontiamo le due Donne distese. Mentre quella della prima sezione era collocata in un interno e avvolta da una coperta di  colori autunnali, la Donna distesa che incontriamo qui è in un esterno, forse nella neve, nel freddo dei colori freddi, rannicchiata come per  proteggersi, ma aperta. Il fiore è il fuori, quindi: il fuori che prima era tanto temuto e che ora, in quanto fiore, fa meno paura (anche se la pittrice lo tiene ancora separato immergendolo in un campo di colore diverso, quasi a chiuderlo in una teca). Le donne ora alzano lo sguardo, hanno il coraggio di fissare il fiore, forse nella prossima mostra gli parleranno, nell’altra ancora lo faranno diventare una persona.
Un quadro emblematico rende evidente il passaggio dal dentro al fuori attraverso l’elemento floreale: si tratta di Spiaggia, tecnica mista su legno, non a caso del 2005, in cui la donna tiene in mano, quasi timidamente, un fiore.
Che cosa lega questi personaggi al fiore? A volte è lo sguardo, a volte solo un’analogia di colore, di forma, un omologo andamento delle linee; a volte ancora, al contrario, un forte contrasto in cui il nero e bianco si compensano e si completano vicendevolmente (v. Uomo con bucaneve).
Arcane somiglianze si delineano dunque fra noi e l’altro, affinità elettive, divergenze, immagini specchiate di noi stessi. Come nelle amicizie, del resto, come negli amori.

Raffaele Olivieri
Paola Bonomelli Studio Arte - DONNE DISTESE e altri racconti